Piano Americano di Antonio Paolacci

Il romanzo che vi appresterete a leggere, non rispetta per niente i canoni. Non è un romanzo, ma lo è allo stesso tempo. È la storia di una crescita, di una rottura, di un’evoluzione. È la storia di personaggi letterari che si fondono con quelli reali. È la finzione della narrazione che esce dalle pagine stampate per farsi reale, concreta.

Questo ultimo esperimento di Antonio Paolacci Piano Americano edito Morellini Editore per la sua collana Varianti, non è che una grande metanarrazione. La voce all’interno dell’opera non è altro che quella dello stesso autore che, con la precisione di un acrobata e la delicatezza di un pittore che deve accarezzare con un’ultima pennellata il suo dipinto, si muove fra i costrutti articolati, i continui riferimenti al cinema, i vari personaggi (reali o no?) che prendono vita fra le pagine, fino a giungere al vero grande tema, a mio avviso: si può vivere ostinandosi a rimanere fedeli a se stessi, in un mondo che porta tutti all’omologazione?

Per darvi un’idea della trama originale che dovrete affrontare, parto dal principio. Il Paolacci racconta al lettore di come dopo una lunga riflessione, abbia deciso di smettere di scrivere.

“Scrivere invece non porta a niente. Si tratta di questo, piuttosto: offrire la propria fatica senza nessun tornaconto. Scrivere significa torcersi le budella, pensare molto intensamente, sempre, e preservare nel profondo, e riflettere troppo, e cambiare se stessi in un mondo che mai cambia. Scrivere è lottare ininterrottamente con la propria intelligenza, contro una stupidità imbattibile. Vuol dire imparare a dare voce a persone diverse, perché ogni persona è un mondo, ecco cosa si è obbligati a capire scrivendo: che la realtà tutta non è che un insieme di punti di vista e che ogni punto di vista, in quanto tale, è erroneo.(…)È il passo ultimo dello scrittore, il passo più maturo dell’artista, è il recupero dello Stile assoluto, la più alta forma di eleganza artistica: togliersi dai coglioni.”

Da questo punto di partenza, l’autore narrante inizia a descrivere nei minimi particolari, il libro che avrebbe scritto se non avesse deciso di smettere di scrivere. Capite come questa sua scelta distrugga tutte le regole di narrativa che siamo abituati a conoscere.
Avremo modo di diventare familiari con “Il nostro Eliogobalo” Jakov, il sosia di un politico che sembra passare sempre inosservato dando vita a numerose scenette ironiche, Gaetano e Arianna, la stessa Paola la moglie incinta dell’autore.

In questo lungo viaggio all’interno del non-romanzo, ci ritroveremo spesso a porci delle domande circa la nostra capacità decisionale. La nostra come dice l’autore, è una forma di

“schiavitù autoindotta, innata, dettata da abitudini e schemi imposti da voi stessi, quelli che ogni giorno vi spingono ad accettare passivamente di lavorare per potervi permettere una babysitter che badi ai vostri figli in modo che voi possiate lavorare per poter i permettere una babysitter che badi ai vostri figli in modo che voi possiate lavorare per potervi permettere eccetera”.

Ecco perché spesso viene citato con numerosi esempi lo Psycho di Hitchcock. Quel film ha sovvertito le regole imposte del cinema hollywoodiano di metà ‘900, è stata pura disubbidienza creativa. Allo stesso modo siamo invitati a comportarci dall’autore: ribellarsi per essere liberi.

Ecco il perché del Titolo; come nel Piano Americano cinematografico, grazie al quale l’inquadratura non incornicia solo un attore, ma due o più persone dal ginocchio in su, dando loro modo di aver più libertà d’azione, così noi altri dobbiamo muoverci nel mondo, senza seguire schemi prefissati, lasciando libero il nostro istinto di agire.

Libro che posso solo consigliarvi e del quale si sentirà parlare molto.

“(…)Perciò, amore mio, occorre prendere le distanze dalla maggioranza e guardarla con sospetto. Lascia perdere la voglia di piacere al pubblico e decidi in base a un solo criterio: fare la cosa giusta.”

Nicole Zoi Gatto

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