Il mio cane del Klondike, Romana Petri

Una lettura che accarezza il cuore, che è dedicata a tutti quelli che, guardando il proprio cane, hanno pensato: “Lui è la mia famiglia”.

Il mio cane del Klondike è l’ultimo romanzo di Romana Petri, edito da Neri Pozza e in uscita a dicembre. Ho iniziato questa lettura in occasione del GruppoDiLetturaDay del 2 dicembre, e devo ammettere che non avrei mai immaginato che effetto avrebbe avuto su di me una storia così.

La nostra protagonista è una giovane donna, un’insegnante, amante dei cani. Una delle sue ordinarie giornate è interrotta da un evento: un cane nero, in uno stato terribile, è quasi morente nel cortile della scuola. Lasciare che altri sguardi si posino indifferenti su di lui non fa per lei, deve salvarlo, portarlo con sé. Inizia così questa relazione che ha pochissimo di convenzionale, in cui conoscersi vuol dire mettersi alla prova.

Osac, che è l’anagramma di Caos, è un cane complicato, che ha subito l’abbandono da parte di coloro cui aveva affidato se stesso, e combatte quotidianamente quel senso di diffidenza nei confronti del prossimo. È irruento, non rispetta le regole, se ne infischia anche. È una forza della natura, che tutto travolge al suo passaggio.

E alle prese con questo uragano canino, la protagonista impara a conviverci, impara a comprendere ogni suo linguaggio, ad attribuirgliene moltissimi altri. Descrivere l’amore per il proprio cane è come descrivere quello che si prova nei confronti di un fratello o di una sorella. È vero, lo percepiamo ogni volta che il nostro sguardo incrocia quegli occhi. Ma è ancor più difficile descrivere l’amore che un cane può dare a noi – perlomeno, sarebbe un’impresa difficile per chiunque eccetto per Romana Petri:

Esisterà mai una storia, tra cane e padrone, in cui il padrone abbia amato più del cane? Sono in fondo così superficiali i sentimenti nostri, poca cosa. Siamo mobili, non esiste in noi quella fissità animale e stabile, quell’essere come si è, e costantemente. Accanto a noi gli animali assimilano i sentimenti, ma con la purezza primitiva loro, quella che noi non possediamo. Loro sono i fedeli a loro stessi, i rimasti uguali. Noi no, l’evoluzione ci ha portati molto in alto, l’intelligenza ci ha dato il ruolo dei prescelti. È sulla fedeltà sentimentale che siamo rimasti molto indietro rispetto a loro. L’animale impara dall’uomo l’amore. E poi ci resta fregato. Mai visto un padrone morire sulla tomba del cane. La purezza di cuore… Non per niente ogni animale è medium, cosa che tocca di rado all’uomo. Discorsi inutili da fare a chi non ha mai avuto un animale in casa, a chi l’ha avuto senza osservarlo, senza sentirsi un privilegiato per il fatto di averlo lì, con quegli occhi e quegli atteggiamenti, quel temperamento.

E qualcosa accade, in questa storia che l’autrice racconta al suo lettore a tu per tu. Una gravidanza, sicuramente non programmata, ma che deve necessariamente salire al primo posto nella vita di questa donna. A rimetterci, è Osac.

La psicologia di questo animale che sembra arrivare direttamente dal Klondike, da quelle terre nevose e profonde di Jack London, ha la capacità di trasmettere un senso speciale di affetto e di rispetto nei suoi confronti. Leggendo ogni episodio che lo vede protagonista è come sistemare un tassello di conferma in quel puzzle che è la nostra personale esperienza di vita a contatto con gli animali.

La scrittura scivola, con picchi sorprendenti di emozione pura. Romana Petri cattura le istantanee di questa relazione e le spiattella così, crudamente, sulla pagina. Questo libro ha aperto in me uno squarcio, mi ha permesso di riflettere e di rivalutare i miei gesti e quelli del mio dolce animale peloso, in modi che non sono propriamente in grado di riportarvi in questa recensione, se non suggerendovi di leggere Il mio cane del Klondike. Non ve ne pentirete.

Giovanna Nappi

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