La ragazza con la leica, Helena Janeczek

Appartengo a quella categoria di persone che, talvolta, ha bisogno di una proclamazione ufficiale per avvicinarsi a determinata letteratura. Senza il Premio Strega, avrei continuato a non sapere chi fosse Gerda Taro, né avrei conosciuto tantomeno la penna di Helena Janeczek. 

Helena Janeczek e Gerda Taro

Dopo essersi aggiudicata il premio, la scrittrice ha iniziato ad interessarmi e mi sono fiondata su La ragazza con la leica dal giorno successivo, attirata dalla trama. Il libro si incentra infatti sulle vicende di Gerda Taro, donna di origini tedesche, prima fotografa ad essere caduta sul campo di battaglia, a soli ventisette anni.

La sua morte diventa non soltanto il simbolo di una lotta combattuta strenuamente contro le forze naziste, ma viene assunta a testimonianza di un inno alla vita, celebrato da chi ebbe la fortuna di incrociare la propria esistenza alla sua, e di condividere parte del dolore di quegli anni assieme a lei. È a queste persone che Helena Janeczek lascia la parola.

Il libro è quindi suddiviso in tre sezioni, corrispondenti al racconto di Ruth Cerf, l’amica di Lipsia, con cui ha vissuto i tempi più difficili a Parigi dopo la fuga dalla Germania; al racconto di Willy Chardack, eterno secondo, destinato a guardare Gerda scegliere Georg ­Kuritzkes, cui spetta – infine – l’ultima parte della storia.

I due uomini sono stati suoi amanti, anche se per un breve periodo di tempo, e hanno subito l’influenza del suo fascino eccentrico, talvolta civettuolo, mai fuori posto comunque.

A distanza di vent’anni, ciò che tutti questi personaggi ricordano di Gerda è rielaborazione nostalgica di anni di lotta continua, di militanza attiva, di lavoro, di creazione e sperimentazioni artistiche. Il risultato è il ritratto di una donna probabilmente non in grado di restituirle giustizia. Perlomeno non del tutto. I suoi tratti sono sfocati, legati inevitabilmente agli eventi di quegli anni di fuoco.

Ricordo e vagheggiamenti si susseguono in ciascuna delle tre parti del romanzo, restituendo al lettore alcuni fatti importanti: tra tutti, l’amore per Robert Capa, la loro relazione, i loro lavori.

Gerda Taro e Robert Capa

Ad aprire il romanzo, la voce della scrittrice, inconfondibile e meravigliosa:

Da quando hai visto quella foto, ti incanti a guardarli. Sembrano felici, molto felici, e sono giovani, come si addice agli eroi. Belli non potresti dirlo ma neanche negarlo, e comunque non appaiono eroici per nulla. Colpa della risata che chiude i loro occhi e mette a nudo i denti, un riso non fotogenico ma così schietto da renderli stupendi.
Lui ha una dentatura da cavallo e la esibisce sino alle gengive. Lei no, ma il suo canino spicca sul vuoto del dente successivo, seppure con la grazia delle piccole imperfezioni attraenti. La luce si spalma sul bianco della camicia a righe, spiove sul collo della donna. La sua pelle limpida, la diagonale dei tendini scolpita dal profilo addossato allo schienale, persino la linea curva dei braccioli, amplificano l’energia gioiosa che si sprigiona da quella risata unisona.
Potrebbero trovarsi in una piazza ma, seduti in quelle poltroncine comode, danno piuttosto la sensazione di stare in un parco, dove lo sfondo si amalgama in una fitta cortina di foglie d’alberi. Ti chiedi, allora, se il riquadro che hanno tutto per sé possa essere stato il giardino di una villa della grande borghesia, fuggita oltre confine da quando Barcellona è in fermento rivoluzionario. Ora appartiene al popolo quel refrigerio sotto gli alberi: a loro due che si ridono addosso a occhi chiusi.
La rivoluzione è un giorno qualsiasi in cui si esce a fermare il golpe che vuole soffocarla, ma senza rinunciare a una tregua che fa festa. Portare il mono azul come un abitino estivo, infilare una cravatta sotto la salopette, per il desiderio di mostrarsi belli agli occhi dell’altro. Lì non serve il mastodontico fucile passato per le mani di chissà quanta infelice soldataglia, prima che lo ricevesse il miliziano anarchico che ora non può sfiorare il collo luminoso della sua donna.
A parte quell’intralcio, nell’attimo presente sono liberi da tutto. Hanno già vinto. Se vanno avanti a ridere così, se continuano a essere così felici, non sembra troppo urgente saper estrarre un colpo da quell’arma vetusta. Prevarrà chi è nel giusto. Adesso possono godersi il sole temperato dalle latifoglie, la compagnia della persona amata.

Tutto sembra perfetto, in questo libro. Ma non lo è. Non per me, al punto che il mio giudizio finale è stato inesorabilmente negativo. Sebbene presentasse tutti gli ingredienti, ne è venuta fuori una narrazione biografica che scricchiola, non scorre, incespica tra le bocche di Willy, di Ruth, di Georg, rendendo talvolta incomprensibili al lettore i fatti cui ci si sta riferendo. La scelta – ad esempio- di non riportare in nota a piè di pagina la traduzione dei moltissimi termini non italiani presenti nel testo ne è stata una prova.

Soprattutto per quel che riguarda la prima parte, l’impressione è un’osticità che l’ha resa inaccessibile, inadatta alla forma narrativa del romanzo. Una testimonianza che non ha senso condividere con il grandissimo pubblico dei lettori, ma soltanto con chi ha in qualche modo conosciuto approfonditamente quegli anni e quegli eventi.

Se è vero che uno scrittore scrive una storia perché sente la necessità di farlo, è vero anche che pubblicando si rende consapevole di un fatto incontrovertibile: che il suo libro verrà letto, tanto più se si partecipa ad un premio importante come il Premio Strega. Ed è un peccato, perché ciò che più mi ha colpito del libro è stato proprio quanto raccontato dal punto di vista di Helena Janeczek.

Giovanna Nappi

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