Una lotta perpetua: la storia di Joan Trumpauer Mulholland

Con la storia di Joan Trumpauer Mulholland si inaugura un ciclo di approfondimenti che nasce con l’obiettivo di portare alla luce storie inedite o dimenticate che possano insegnare qualcosa, che possano invitare a riflettere su quanto sia ineguale la spartizione della giustizia nel mondo, su quanto ancora è necessario fare perché lo stato delle cose cambi.

La scelta è ricaduta su una figura come quella di Joan per un semplice motivo: donna, cresciuta in una famiglia profondamente razzista, e ciononostante in grado di svincolarsi da quella gabbia mentale in cui le sue origini avrebbero voluto imprigionarla e capace, da sola, di fare la differenza perché quella stessa società inospitale cambiasse.


Nata a Washington D.C. nel 1941, vive in Virginia all’interno di una famiglia storicamente schiavista. Nei suoi primi mesi di vita, Joan viene accudita da una governante nera, che sostituirà a tutti gli effetti la madre malata. La sua educazione, di stampo religioso, subisce sin dall’infanzia una battuta d’arresto. Contrariamente ai precetti di generosità e condivisione propugnati dalla Chiesa presbiteriana, la realtà dei fatti cui la Joan bambina assiste è tutt’altro che amorevole nei confronti dell’altro.

Le appare chiaro sin da subito che l’unica scelta possibile è quella di lottare, battersi affinché la condizione umiliante degli afroamericani non subisca più i soprusi cui continuamente assiste.

Il suo attivismo si scontra subito con le convinzioni materne, portando ad una rottura fra Joan e la sua famiglia. A partire da questo momento, la sua vita sarà interamente dedicata alla causa. Nella primavera del 1960, partecipa al primo dei tantissimi sit-in di cui farà parte, ma il colore della sua pelle e la sua estrazione sociale non sortiscono l’effetto desiderato: non viene presa sul serio, viene arrestata e sottoposta ad esami psichiatrici.

L’evento cardine di questa storia, se tale si può considerare, è dell’anno successivo. Siamo nel 1961, Joan ha solo vent’anni e ha aderito al movimento per i diritti civili. I Freedom Riders erano attivisti che avevano intrapreso un viaggio in autobus negli Stati del Sud per far valere le sentenze della Corte Suprema dei casi Irene Morgan v. Commonwealth of Virginia e Boynton v. Virginia, che riconoscevano la segregazione sui mezzi di trasporto come anticostituzionale. Il viaggio cui Joan partecipa viene bloccato nel Mississippi, dove gli attivisti subiscono violenza da parte di membri del Ku Klux Klan con mazze e tubi di ferro; vengono poi arrestati e condotti in carcere, dove i soprusi si alimentano con atti umilianti e crudeli. Soprattutto sulle donne, che vengono denudate e sottoposte a invasivi – e inutili – esami vaginali.

Dopo quasi un mese di detenzione, Joan esce dal carcere e, quasi rinvigorita dall’accaduto, prosegue la sua lotta perpetua a difesa dei diritti degli afroamericani. Sarà la prima donna bianca ad iscriversi ad una scuola per afroamericani, siederà a fianco dei suoi compagni neri all’interno di un ristorante per soli bianchi a Jackson, e parteciperà alla marcia di Washington.

Un nuovo atto intimidatorio, un nuovo attentato. Settembre 1963, a Birmingham in Alabama, prima della messa domenicale, avviene la Strage della Chiesa Battista della Sedicesima Strada. Nella chiesa, frequentata da neri, esplode una bomba, messa da uomini del Ku Klux Klan locale, uccidendo quattro bambine dagli 11 ai 14 anni e ferendone 22. Joan conserverà per anni un pezzo di vetro raccolto dall’esplosione delle vetrate di quella chiesa. Per non dimenticare.

Durante la Freedom Summer, Joan si schiera ancora una volta a favore dei diritti civili: il suo contributo si concretizza attraverso una campagna che avrebbe permesso – negli intenti – agli afroamericani di iscriversi alle liste elettorali. Diventa per questo bersaglio del KKK, i cui atti disumani portano alla morte di tre attivisti a Neshoba.

L’esistenza di questa donna, che alla luce dei suoi ultra 75 anni vive adesso in Virginia dopo aver continuato a lottare e a credere nel cambiamento, è un faro nella notte.

Entrare in contatto con Joan e con la sua vita è un po’ come prendere coscienza di un sentimento latente, che si cova nel silenzio della propria anima e che pian piano chiede di uscire, di essere liberato, per poter esplodere. Rappresenta un insegnamento importante, mentre la rabbia sale e schiuma tra i denti: quando leggiamo “Uno in meno” se un ragazzo venticinquenne si toglie la vita perché gli viene negata la possibilità di restare in Italia. Rappresenta un insegnamento quando assistiamo inermi alla morte di 117 esseri umani perché la strategia comunicativa e politica di un ministro prevale sulla coscienza, sulla decenza, sull’UMANA compassione.

Che la storia di Joan ci sia d’ispirazione. Indignarsi non basta più, bisogna agire, bisogna lottare.

Giovanna Nappi

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