Avevamo davvero bisogno de “I testamenti” di Margaret Atwood?

1985-2019: 34 sono gli anni di distanza tra la pubblicazione de Il racconto dell’ancella e il suo seguito, I Testamenti.

Margaret Atwood, il clamoroso successo ottenuto soprattutto negli ultimi anni, complice la messa in onda della serie omonima nel 2017. Margaret Atwood, riconoscimenti come il Booker Prize 2019 condiviso con Bernardine Evaristo. Margaret Atwood, la donna che ha reso mainstream il femminismo e la rivendicazione sociale delle donne oppresse.

Proprio lei cade miseramente con l’ultimo romanzo, séguito del meraviglioso e fortunato prequel. I testamenti riporta i suoi lettori a Gilead, in quella storia distopica che li aveva fatti palpitare, arrabbiare, ma per raccontare cosa?

Ho provato a valutare tutte le opzioni a disposizione, ad analizzare ogni dettaglio di questo romanzo, per giustificare la scelta di rompere la magia perfetta che era stata creata con Il racconto dell’ancella, con scarsi risultati, già vi anticipo.

Il racconto dell’ancella non è un libro paragonabile ad altri. Per la potenza dei temi trattati, pur risultato di contaminazioni provenienti da altri capisaldi della letteratura, ha rappresentato per la mia generazione un unicum, consacrando Atwood come un modello VIVENTE cui ispirarsi. Una delle mancanze maggiori di chi non è nato né cresciuto in un periodo di grande fermento culturale è la generale mancanza di riferimenti, soprattutto nella letteratura, di autori in grado di promuovere valori come la libertà di pensiero e di espressione, come la rivendicazione di diritti negati. In molti abbiamo trovato nel Racconto dell’ancella quello di cui avevamo bisogno: una riflessione sulla condizione femminile e sulle degenerazioni culturali e sociali cui andiamo incontro, pur professandoci grandi innovatori.

Nolite te bastardes carborundorum: Non lasciare che i bastardi ti annientino è diventato un credo, una filosofia contrapposta alla storia di Offred (in italiano, Difred), alle sue sorti lasciate in sospeso con la chiusura del romanzo.

Ma le vicende erano davvero così in dubbio da richiedere un seguito? Io credo di no. Il romanzo era autoconclusivo e, anche se con un finale aperto, non necessitava di spiegazioni.

I testamenti torna a Gilead in un tempo successivo, in cui l’unico personaggio che riconosciamo è quello di Zia Lydia, dal cui racconto apprendiamo l’importanza e il prestigio assunto dalla sua posizione.

Non ci viene spiegato che fine abbia fatto Offred, se sia finita in mano ai suoi carnefici o ai suoi salvatori. Sappiamo soltanto che la gerarchia sociale di Comandanti, Mogli, Zie, Marte, Ancelle e così via è intatta, seppure con momenti di subbuglio esterno alla comunità di Gilead.

Sappiamo che parallelamente al resoconto di Zia Lydia ci sono altre due storie: altre due giovani donne, una interna alla distopia, l’altra parzialmente esterna ad essa, ma di Offred non sappiamo più nulla. A questi nuovi personaggi, cui è attribuito – indebitamente – un vero e proprio punto di vista narrativo, è dato il compito di mostrare i due lati di una medaglia: chi, vissuta in Canada, conosce la gerarchia senza averla subita; chi, vissuta dentro Gilead, conosce quella gerarchia come l’unica e sola esistente. A Zia Lydia, invece, l’arduo compito di mostrare la genesi del male, come tutto è iniziato e come, chissà, potrebbe finire.

Ma I testamenti non aggiunge niente di cui il lettore avesse bisogno: anche le spiegazioni sull’origine della società che tanto ci aveva disgustato ne Il racconto dell’ancella non era richiesto. Inoltre, pur sorvolando su quella che a mio parere è una pura operazione di marketing, anche nello sviluppo della trama troppe cose non tornano.

Anche davanti a nuove umiliazioni, manca la magia che ci aveva conquistati, manca una struttura narrativa valida, manca tutto quello che serviva. L’incalzare degli eventi si sviluppa alla stregua di un romanzo thriller di bassa lega che vuole solo creare suspence ma nessun valore aggiunto al lettore.

Per non parlare dei numerosi cliché nella caratterizzazione dei personaggi femminili e nella conclusione del gioco di intrecci durato quasi 500 pagine. Certo, se si stesse parlando di un romanzo qualunque vi direi che è scorrevole, che ho divorato centinaia di pagine in un pomeriggio, ma non è questo il caso. Margaret Atwood aveva una responsabilità morale nei nostri confronti, che ha miseramente deluso e che – in una forma di indignazione che non mi rappresenta quando si parla di letteratura – non dimenticherò.

Giovanna Nappi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: