Dentro la mente di Testadipazzo: Motherless Brooklyn di Lethem

Imbattersi per la prima volta in Jonathan Lethem è un’esperienza letteraria particolare, a tratti contorta. Motherless Brooklyn (edito Bompiani nella nuova edizione) è stato il primo romanzo di questo autore americano ad aver catturato la mia attenzione e devo ammettere che il risultato me gusta mucho.

Brooklyn, microcosmo dell’America che mi piace trovare nei libri, ospita con spirito magnanimo le vicende di una banda – se i suoi componenti non si offendono – di individui particolari, unici nel loro genere. Seppur diversi nelle fattezze e nello spirito, condividono origini e destino comuni: tutti sono stati infatti ospiti di un orfanotrofio, che li ha più o meno accettati con le loro peculiarità fino al momento in cui Frank Minna non è comparso nelle loro vite.

Frank Minna, uomo dalla discreta fama nella Brooklyn dove legalità e illegalità si scambiano di ruolo continuamente. Frank Minna che ha bisogno di quattro ragazzotti senza troppe pretese che sbrighino per lui delle faccende. Non è dato sapere, né a noi ignari lettori né ai quattro (poco baldi) protagonisti cosa li attende, ed è giusto che sia così.

Se avete già sentito parlare di questo romanzo, complice l’uscita di poche settimane fa nelle sale dell’omonimo film di e con Edward Norton, vi sorprenderà non aver ancora letto, in questa recensione, del famoso Testadipazzo, all’anagrafe Lionel Essrog. Ma non è stato un caso, ho solo voluto lasciare un po’ di suspence prima di fiondarci a capofitto nella testa del protagonista.

Fiore all’occhiello di Motherless Brooklyn, Testadipazzo soffre della Sindrome di Tourette, che dalla sua prima adolescenza si ostina a manifestarsi nelle modalità che più le aggradano creando disagi, imbarazzi e spesso problemi di più ampio respiro. È paradossale, quindi, che un uomo il cui ritmo quotidiano è scandito dai tic verbali e comportamentali di Mrs. Tourette possa svolgere come professione quella di fare il tirapiedi per un piccolo-medio gangster di Brooklyn.

Eppure è così, e con quest’idea il lettore simpatizza sin da subito, pregustando le situazioni più assurde. Ma questa premonizione di divertimento viene spezzata, dall’inizio del romanzo, da un fatto che stravolge le cose: durante un incontro dai tratti piuttosto loschi, Frank Minna – collegato con un auricolare a Lionel – viene crudelmente assassinato mentre Testadipazzo ascolta inerme quanto sta accadendo.

A partire da questo evento, il racconto si sviluppa in due direzioni: la prima, ambientata al tempo della narrazione, che vede il protagonista accanirsi con una lealtà encomiabile per sciogliere la matassa che si nasconde dietro la morte del suo mentore, del suo padre-non padre; la seconda, ambientata nel passato, volta a ricostruire da dove sia nata questa fedeltà smisurata di Testadipazzo nei confronti di Frank e cosa li ha portati ad arrivare fin lì.

Il noir – sebbene mi sembri superficiale circoscrivere in un solo genere letterario questo romanzo – prende dunque una piega sempre più frenetica, in un’indagine in cui non è possibile nemmeno distinguere il confine tra fedeltà e tradimento.

Il climax viene portato ai massimi termini, con un crescendo di pathos che il lettore inevitabilmente sposa come stato d’animo principale, dal momento che è impossibile non stabilire un legame a stretto nodo con quello strambo protagonista.

D’altro canto, è proprio lui, Lionel Essrog-Testadipazzo, a catalizzare tutta l’attenzione su di sé. La caratterizzazione magistrale che ne fa Lethem è ciò che prevale sul resto, sulla trama e sugli intrighi: la sindrome di Tourette è così credibile, nelle parole di Lethem, da sembrare quasi normale.

Il linguaggio servilmente si mette a disposizione della Tourette, ne segue il ritmo e gli ondeggiamenti con tale maestria che il lettore non incespica ma ne ripercorre il movimento con naturalezza. Ma non si tratta solo di un discorso stilistico.

Lionel Essrog è uno di quei personaggi che un lettore difficilmente sarà in grado di dimenticare: così perfetto, così pieno di incrinature, così leale, che basterebbe da solo a reggere il peso dell’intera storia.

Giovanna Nappi

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