Uomini e topi di John Steinbeck

Dove finisce l’umanità e inizia l’umiliazione: è questo il confine lungo il quale John Steinbeck definisce le storie dei suoi romanzi. In Uomini e topiOf mice and men nel titolo originale –  Steinbeck ci dà prova di una potenza narrativa in un libro estremamente breve.

Tradotto in Italia nel 1938, un anno dopo la sua pubblicazione, da Cesare Pavese, che decise non solo di invertire l’ordine delle parole ma di eliminare la specificazione “of” (contrariamente alle traduzioni in francese, spagnolo e tedesco, ad esempio), Uomini e topi  è stato ripubblicato sempre da Bompiani nella traduzione di Michele Mari, che ha mantenuto più vivo, secondo quanto sostiene la critica, lo stile originario.

Il primo soggetto di quel titolo è rappresentato da George e Lennie, braccianti che conducono una vita dettata dalla fatica. Nella terra californiana, si spostano di ranch in ranch, lavorando più di undici ore al giorno per racimolare un gruzzoletto che permetterà loro di acquistare una proprietà e smettere finalmente di essere alla mercé dei padroni.

«”I tipi come noi, che lavorano nei ranch, sono le persone più sole al mondo. Non hanno famiglia, non appartengono a nessun posto. Arrivano in un ranch e mettono insieme un gruzzolo, poi vanno in città e fanno fuori il loro gruzzolo, e puoi star certo che la prima cosa che fanno è mettersi a sgobbare in un altro ranch. Non hanno niente cui aspirare.”

Lennie era estasiato. “È così, è così. Ora dimmi quello che tocca a noi”.

George proseguì. “Per noi non è così, noi abbiamo un avvenire. Possiamo parlare con qualcuno al quale importa di noi. Non dobbiamo starcene seduti in un bar a buttar via i soldi solo perché non abbiamo un altro posto dove andare. Se gli altri tizi vanno in galera possono marcire, per quello che importa alla gente. Noi invece è diverso.”

Lennie lo interruppe. “Noi invece è diverso! E perché? Perché… perché io ho te che mi stai dietro, e tu hai me per star dietro a te, ecco perché.”»

George e Lennie sognano un pezzo di terra dove condurre una vita serena, lontana dalle umiliazioni, vivendo dei frutti che la terrà concederà e in compagnia degli animali – i conigli – che tanto stanno a cuore a George.

Uomini e topi
Dal film omonimo Uomini e topi (1992)

A crederci più di tutti è Lennie, un omone gigantesco dalla enorme forza fisica, lavoratore instancabile, ma un bambino, in fin dei conti: Lennie è affetto da un ritardo mentale che gli impedisce di agire come una persona adulta; non è in grado di comprendere le dinamiche della vita, cui guarda con un’ingenuità che solo George riesce a contenere e, prima di tutto, a capire.

I problemi avuti nel ranch precedente sono il risultato di questa mancata capacità di distinguere il confine tra una carezza e una stretta mortale, tra ciò che si può fare e non si può fare. Lennie è buono ma da solo non durerebbe un minuto in quel mondo.

È George, suo compagno fedele, a occuparsi di lui e ad accertarsi che non si ripresentino situazioni pericolose e compromettenti per la loro vita e il loro sogno, costringendoli a scappare ancora.

Quel vezzo di accarezzare i topi – il secondo elemento del titolo -, così morbidi al tatto, e di sentirsi al sicuro, è l’espressione di una fragilità tutta infantile di approcciarsi alla vita: Lennie, come tutti i bambini, ha bisogno di essere tranquillizzato e protetto.

La sua forza incontenibile, che uccide quei topi proprio nell’espressione di un atto di totale amore, è sintomo di una sua più grande vulnerabilità che ci accompagnerà in quei pochi e intensi giorni di narrazione, dalla fuga dal ranch precedente all’arrivo nel nuovo.

Nell’opposizione ossimorica tra l’ingenuità del gigante e l’acume dell’omino – descritto come minuto, piccolo – si erge fortissimo questo legame indissolubile di amicizia e fratellanza, senza nessun tornaconto.

Un legame universale, che riguarda tutti gli outsider come Lennie e George, tutti quei figli senza dio che per sopravvivere possono contare solo su se stessi.

Uomini e topi

In poco meno di 140 pagine, John Steinbeck mette in scena una parabola che accomuna tutti i vinti del mondo. La condizione dell’uomo, che mastica ogni giorno umiliazioni e disperazione, sembra essere fissa e destinata a non cambiare ma, come è già accaduto in Furore, la speranza rimane.

Rimane nel gesto disperato di salvezza dell’Altro, nel tentativo di sottrarre l’essere umano dalle sorti infauste che ricadono su di lui.

Uomini e topi è un inno urlato alla vita, al diritto di sperare e di coltivare un sogno.

Giovanna Nappi

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