Storie di chemsex: Ragazzi chimici di Angela Infante e Andrea Mauri

Quando si parla di argomenti poco noti o generalmente legati a fatti di cronaca più o meno recenti, bisogna fare un’operazione di approfondimento scevra da ogni pregiudizio.

Il chemsex è uno di questi argomenti. Molti ne avranno sentito parlare perché spesso legato a casi di cronaca nera, alcuni dei quali hanno segnato l’opinione pubblica (come l’omicidio Varani analizzato nell’ultimo romanzo di Nicola Lagioia, La città dei vivi edito Einaudi o il più recente caso Genovese). Il tema, però, è conosciuto in maniera nebulosa e sembra raggiungere un uditorio più vasto nel momento in cui incrocia il crimine. Ma come insegna la campagna norvegese per un uso più consapevole delle droghe, non è stigmatizzando le sostanze stupefacenti o proibendone l’uso che si pone un freno al problema della dipendenza. La consapevolezza è la chiave per la comprensione di un mondo in cui è facile diventare vittime.

Con chemsex si intende quel fenomeno, nato a Londra e Berlino, che individua nell’uso di sostante psicoattive la volontà di facilitare le prestazioni sessuali prolungandone anche la durata e, secondo diverse ricerche, interessa prevalentemente la comunità gay e bisessuale. A Londra è così diffuso da essere diventato protagonista di un documentario, Chemsex, diretto da Max Gogarty e William Fairman vincitore del BFI London Film Festival nel 2015. Negli ultimi anni, si è iniziato a diffondere anche in Italia e nel resto d’Europa. Oggi le possibilità di entrare in contatto con individui interessati a queste pratiche è amplificato dall’esistenza dei social network: è anche attraverso Grindr che ci si imbatte in riferimenti a chem sex, chemfun, party and fly, party and play.

In Ragazzi chimici di Angela Infante e Andrea Mauri, pubblicato da edizioni Ensemble, trovano spazio le esperienze di alcuni ragazzi, senza censure e con un’impostazione diaristica, che hanno conosciuto, sulla loro pelle, le conseguenze dell’uso prolungato di sostanze psicotrope. Grande rilievo vien dato ai meccanismi che conducono alla dipendenza e agli effetti a lungo termine, emotivi e fisici, con cui ci si deve confrontare; gli spezzoni di vita vissuta tra cocaina basata, mefedrone e meth, perdita di controllo e lucidità evidenziano il dolore e il senso di vergogna e svuotamento che spesso colpisce i ragazzi protagonisti dei dieci racconti presenti nel libro.

Aveva voglia di stringere l’oggetto del desiderio e quella smania vitale gli ricordò il calore del compagno tra le braccia, il calore vero, quello trasmesso senza l’effetto della droga. Quindi esisteva una via d’uscita. Non aveva perso la memoria di emozioni alterate dalla chimica. Doveva raccontarlo al più presto al suo compagno. Recuperare ciò che andava sfaldandosi. La sudata ricerca di uno spiraglio di speranza lo aveva premiato.

È una lettura che non vuole fare cronaca né avere un sottotono moraleggiante: i due autori hanno dato voce a soggetti spesso impotenti, in un’operazione che vuole esporre un problema e convincere i timorosi ad aprirsi e ad affrontare i propri fantasmi.

Solo guardando dentro sé stessi e facendo i conti con il proprio trascorso, si può ritrovare il giusto equilibrio.

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