solo un ragazzo di elena varvello

Solo un ragazzo di Elena Varvello

– Forse è per questo che sei venuto qui, no? Perché capissimo qualcosa.

– Che cosa ci sarebbe da capire?

– Dimmelo tu.

– Io non lo so. E comunque sono stronzate, ho detto.

– Sei solo un ragazzo.

Ma siamo sempre “solo dei ragazzi”? O c’è molto di più? Dietro un sorriso, uno sguardo, un silenzio, c’è un vuoto di dolore, di incomprensione. Che cosa siamo, chi siamo?

Elena Varvello in Solo un ragazzo (edito Einaudi) racconta lo smarrimento di una famiglia. Sara e Pietro perdono un figlio, Angela e Amelia un fratello. Lui il contatto con la realtà, con sé stesso, sino a sparire, a perdersi nel buio. I diversi punti di vista con cui la scrittrice affronta la storia, scandiscono le fasi di un dolore che si irradia e non abbandona mai, che plasma quattro vite fino a deformarle. Non è solo l’arrendersi a esso, ma l’esserne trasformati sino a non riconoscersi più.

È la storia di una vita che si sgretola dal suo interno, di un ragazzo che non sa definirsi, carico di quelle aspettative che non ha chiesto. Un’anima alla ricerca che si arrende alla sua solitudine, all’incomprensione di una famiglia che non vuole vedere. La Varvello indaga con lucidità le controversie dell’adolescenza, il suo lato oscuro fatto di violenza, depressione, instabilità in un gioco di colpe che non ha un vero colpevole, perché quando si perde lo sono tutti ma allo stesso tempo non lo è nessuno.

L’articolarsi dei diversi punti di vista nel romanzo ci permettono di esplorare il terreno del dolore, del suo espandersi, delle sue fasi, dalla rabbia all’accettazione. Ma soprattutto ci permette di identificare i personaggi, di rispondere a quella domanda ricorrente “Che cosa sei?”, perché è nelle condizioni di necessità e difficoltà che tutto viene a galla e si è trasparenti.

Amelia che non è poi così perfetta, Angela e la sua fragilità, Pietro e la colpa di non aver visto, Sara e il giudicare gli altri per non giudicare sé stessa. È una perdita che scopre le carte di chi è rimasto, che rende i personaggi per quello che sono, degli umani con le loro imperfezioni e la loro corruttibilità.

Il gioco degli sguardi dei diversi personaggi sulla storia, lasciano intravedere la bravura di Elena Varvello nel sapersi immedesimare non solo nel mondo degli adolescenti, ma anche in quello degli adulti, di riuscire con una maestria impeccabile a rendere ogni singola pagina uno specchio di emozioni, di vita. Le parole sono precise, giuste, trasformano i cinque sensi in immagini tangibili, strabilianti (“La luce tra le cime degli alberi pareva burro fuso. Macchie di sole sul terreno gibboso” o ancora “Il cielo era coperto, ne sentiva l’odore”). La scrittura di Elena Varvello incanta, attrae in ogni pagina, lascia senza fiato, ci trasporta nel dolore, nella rabbia, nel panico, nel cuore di ogni personaggio.

E quel ragazzo? Non è mai solo un ragazzo. L’adolescenza è il vortice che ci conduce alla vita, è l’inizio, è il salto. Un salto che lui, il figlio di Sara e Pietro, non è in grado di fare, perché non è facile trovare il proprio posto, scoprire la propria essenza, capire chi si è. E allora per farla semplice, alle volte, si è solo ragazzi, anche se dentro si nasconde un vuoto incolmabile e la disperata ricerca di un aiuto.

Aveva l’impressione che il mondo intero avesse trattenuto il fiato per vent’anni, e che solo quella notte avesse ripreso a respirare.

Elena Varvello ci regala un romanzo incandescente, doloroso, vero che ci ricorda di imparare a respirare, a vivere.

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