Ragazzo negro

Ragazzo negro di Richard Wright

Ragazzo negro, Black Boy in originale, è il romanzo autobiografico dello scrittore Richard Wright, pubblicato da Einaudi editore nella traduzione di Bruno Fonzi.

Ragazzo negro

Il Sud degli USA, tra Mississippi, Arkansas e Tennessee, fa da teatro ai primi passi di un ragazzo che sta per scoprire il mondo che lo circonda. Come gli dice sua madre, «Questa sera t’insegnerò a tenerti in piedi e a difenderti».

Perché, in effetti, di un continuo ed estremo tentativo di difesa si parla, guardando a questa giovane vita e alle esperienze che andranno a sommarsi l’una alle altre.

Lo incontriamo per la prima volta da piccolo, nato in una cittadina del sud in una famiglia povera. Qui conoscerà dalla tenera infanzia quel senso di fame che spesso negli uomini si traduce in disperazione, rivalsa, coraggio.

Richard e suo fratello sono troppo piccoli per comprendere, ad esempio, le ragioni dell’abbandono del tetto familiare da parte del padre, ma non per sottostare al ritmo incessante degli “spasimi famelici, con davanti solo “una fetta di pane e una marmitta di tè”.  

Da quel senso di fame che iniziano ad essere percepite le prime grandi, enormi differenze che lo distinguono dai bianchi.

L’osservare la gente bianca mangiare faceva gorgogliare il mio stomaco vuoto e mi suscitava una vaga irritazione. Perché io non potevo mangiare quando avevo fame? Perché dovevo sempre aspettare fino a che gli altri non avessero finito? Non riuscivo a capire perché vi fosse gente che aveva cibo a sufficienza e altri no.

Le domande dei bambini, per quanto ingenue possano sembrare ad un orecchio adulto, sono in realtà quanto di più profondo esista. Ed è soltanto un bambino che può chiedersi perché come questi.

Richard Wright

Richard è affamato, ancora non conosce (ancora per poco) le dinamiche razziali in cui è già immerso fino al collo. Eppure, attraverso la sua voce Wright si rivolge al lettore stesso, presumibilmente bianco: perché tu sì e io no? Cosa hai che io non ho?

Questi interrogativi torneranno a più riprese in tutto il romanzo, dando luce ad aspetti della vita di un essere umano così scontati da un lato ma così difficili per chi nasce nero tra i bianchi. È forse questo continuo cercare risposte che rende Ragazzo negro un romanzo diverso dagli altri.

Basta un episodio di cronaca, avvenuto nel quartiere, perché Richard assista all’epifania: la scoperta del diverso, dell’uomo bianco in contrapposizione all’uomo nero.

Fu in tal modo che m’imbattei per la prima volta nelle relazioni tra bianchi e negri, e ciò che appresi m’impaurì. Benché sapessi da molto tempo che v’era gente chiamata gente «bianca», ciò non aveva mai significato nulla d’emotivo per me. Avevo visto uomini e donne bianchi per la strada, migliaia di volte, ma non mi erano mai parsi particolarmente «bianchi». Per me erano semplicemente persone come le altre, e tuttavia stranamente diverse poiché non ero mai venuto a diretto contatto con alcuna di loro. In genere, non pensavo mai ad esse, esistevano semplicemente, nei recessi della città, come una cosa a sé.

Prima con la scuola, poi con il lavoro, il mondo si svelerà a Richard in tutta la sua grettezza. Se la visione bianca è dominante, è necessario adeguarsi ad essa per non soccombere.

Ma quell’adeguarsi, per Richard, non coinciderà mai con l’interiorizzare fino in fondo il concetto di inferiorità che tutti vogliono imporgli, compresi i suoi simili.

Lo distinguerà dagli altri una mente sempre vispa, lucida, capace di appigliarsi al più piccolo dettaglio offertogli per andare avanti. In questo, di grande aiuto saranno proprio le parole di altri uomini: gli scrittori con le loro storie e i loro libri, capace di elevare dalla realtà e proiettare in futuro che non sembra più così lontano.

Ragazzo negro insegna che le differenze, che percepiamo come vere e tangibili, sono una costruzione sociale affidata con incuria nelle mani dei vincitori, che da sempre manipolano la storia a proprio piacimento.

Richard Wright ci insegna che ogni conquista, seppur minima, è il risultato di uno contro cento, che siamo soli al mondo ma non per questo dobbiamo arrenderci.

Giovanna Nappi

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