Il respiro della notte di Richard Mason

“Le avventure dei suoi vent’anni avevano insegnato a Piet Barol che non è saggio iniziare con una bugia.”
Così inizia il romanzo di Richard Mason Il respiro della notte edito Codice Edizioni.
Le vicende che vedono protagonista Pier Barol, hanno luogo in Sud Africa i primi anni del novecento, mentre in Europa sta per esplodere la prima guerra mondiale.

Tutto ha inizio con la prospettiva del possibile fallimento dell’azienda di mobili artigianali di Piet. Sarà sua moglie Stacey a farlo ragionare e a suggerirgli un piano per risanare la loro condizione economica: convincere il ricco Percy Shabrill che i mobili da lui ordinati per arredare la sua casa, arrivati direttamente dell’Inghilterra, siano troppo poco raffinati per un uomo del suo lignaggio e insinuare tale dubbio nella moglie di lui, che verrà manipolata con molta facilità e che cederà all’inganno.

Sarà proprio da questo momento in poi che il romanzo inizierà a prendere una piega interessante. Piet partirà alla ricerca del giusto legname per la fabbricazione dei mobili con due indigeni; si addentrerà nella foresta africana di Gwadana dovendosi barcamenare fra superstizioni e riti propiziatori ma comprendendo sempre più quanto sia sbagliato creare distanza fra gli xhosa e l’uomo bianco.

Ci sono vari particolari che rendono bene questo aspetto di Piet, la sua volontà di esprimersi nella lingua degli indigeni, il fatto che li tratti come uomini, rispettandoli per gli essere umani che sono e non stigmatizzandoli per pelle, credo religioso o lingua.

Da questo estratto si evince la condizione in cui versavano gli indigeni nei primi del secolo.

“Il governo dice che gli indigeni devono lavorare per i bianchi oppure andare nelle località a loro riservate. Ma quelle località sono così affollate che non c’è terra da coltivare, e non c’è lavoro per poter pagare la tassa sulla capanna. È solo uno stratagemma per costringerci a lavorare nelle miniere, come hai fatto tu.”(…)”Dobbiamo agire!”.

Molte sono le tematiche che si alternano nel libro, dal colonialismo alla religione, dall’individualismo alla voglia di evadere e nonostante io debba ammettere di aver avuto delle difficoltà nella lettura del libro, date molto probabilmente dalla mia poca dimestichezza con le ambientazioni africane, con le tradizioni dei popoli indigeni, ho avuto modo di avvicinarmi alla loro cultura, finanche a comprenderne la profondità.
È un romanzo che fa riflettere su ciò che egoisticamente siamo disposti a fare per non soccombere, sulla fondamentale importanza che ricopre la Natura e la spiritualità nella vita di alcuni.

Il realismo del racconto poi, si percepisce in ogni pagina, le ricerche dell’autore e le sue origini (nasce a Johannesburg), permeano ogni riga.

È una lettura che consiglio per chi come me, è abituato ad altro e per approcciarsi in punta di piedi e con rispetto ad un mondo così distante da quello in cui viviamo.

Vi lascio con le parole dell’autore che spiegano come sia nata in lui la necessità di scrivere questo romanzo.

“In Sudafrica c’è una foresta in cui nessuno entra. Si dice che ci sia un mostri in agguato, una creatura dallo sguardo che può trasformare in legno. Pochi sudafricani bianchi ne hanno sentito parlare, ma ogni sudafricano nero conosce il nome di questa foresta: Gwadana. Nel 2007 ci sono andato. (…) ho incontrato Mbiko, un uomo molto anziano. Quando gli ho chiesto come facesse a sapere che c’era un mostro nella foresta, mi ha risposto: quando ero ragazzo sono arrivati gli uomini bianchi. Sono stati loro a raccontarmi del mostro.

Ricordo di aver pensato tra me e me: io a questo mostro non ci credo. Quegli uomini bianchi dovevano avere dei motivi ben precisi per tenere gli xhosa fuori dalla loro foresta.”

Nicole Zoi Gatto

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