Perché serve ancora definirsi femminista

La parola femminismo ha un bagaglio di significato pesantemente negativo. Se ti proclami femminista, la maggior parte degli sguardi che susciti negli interlocutori sono di sospetto e diffidenza. Sei femminista quindi: odii gli uomini, odii i reggiseni, non ti trucchi, pensi che le donne debbano essere sempre in prima linea non al fianco degli uomini ma al posto loro, non ti radi, sei sempre arrabbiata, non hai senso dell’umorismo, non usi deodoranti, sei lesbica e soprattutto odii i complimenti ai quali sei soggetta la maggior parte delle volte per strada, da gente che non conosci, sei frigida, insomma ti devi dare una calmata.

Ma essere femminista non ha nulla a che vedere con questi pregiudizi.

Femminista è una persona che crede nell’uguaglianza sociale, politica ed economica fra i sessi.

Ma allora se essere femminista vuol dire questo, perché il femminismo fa cosi paura, specialmente oggi, specialmente in una società che vuole far credere di aver fatto numerosi passi in avanti quando si parla di proteggere i diritti delle minoranze, abbattere le discriminazioni, stare dalla parte dei più deboli?

La risposta è semplice.

Dobbiamo parlare di patriarcato. Ma cos’è il patriarcato?

Il patriarcato, come sistema sociale, nasce nella notte dei tempi, già quando il ruolo dell’uomo era quello di cacciare e quello della donna di raccogliere radici e badare alla caverna in attesa del prode cacciatore.

Con patriarcato si intende quel sistema che, nascondendo il suo intrinseco marciume sotto una coltre di armonia e illusorio benessere, fa sì che le donne vedano come unico possibile sistema sociale quello in cui i ruoli siano ben definiti e determinati: l’uomo comanda, lavora, si realizza, la donna bada alla famiglia, al suo aspetto, alla casa. Il patriarcato odia tutto ciò che è diverso da un modello molto ristretto di essere umano, perché tutto quello che è diverso è potenzialmente libero e, di conseguenza, portatore di rivoluzioni e destabilizzazione.

Davvero la donna è solo l’angelo decantato dallo Stilnovo o la madre premurosa e moglie amorevole, cuoca provetta e casalinga perfetta che ogni uomo desidera per sé?

Ovviamente no. Proprio come l’uomo non è soltanto quello forte e impavido che ci raccontano i film, privo di sentimenti, di timore e pronto a sacrificarsi per un bene superiore.

Siamo tutti fatti di sfumature ed è per questo che bisogna evitare di vivere la propria vita condizionati da stereotipi di genere. Ed è con questa consapevolezza che si fa finalmente strada il femminismo, quello della prima ondata di fine ‘800, quello che ha combattuto con forza per permettere a noi, oggi di avere garantiti i diritti fondamentali, uno su tutti il voto. In Italia, alle donne, è stato concesso poco e tardi.

Alcuni esempi:

-voto 10 marzo 1946 referendum fra monarchia e repubblica;

-legge n.442 del 1981 che abolisce l’articolo 587 del codice penale relativo al delitto d’onore che prevedeva una forte riduzione di pena per chiunque uccidesse moglie, figlia o sorella se colpevole di adulterio;

-stessa legge abrogazione dell’articolo 544 sul matrimonio riparatore che consentiva l’estinzione della pena nel caso in cui l’autore di violenza carnale “riparasse” il suo crimine con il matrimonio.

In particolare, questo articolo è stato eliminato grazie all’atto di ribellione di una giovane siciliana Franca Viola che rapita e violentata nel ’65 affermò “io non sono proprietà di nessuno, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”.

Ecco cosa vuol dire essere femminista: farsi portavoce di battaglie che possono migliorare non solo la condizione del singolo, ma di una comunità.

Ancora:

-Nel ’63 prima legge che permette alle donne di entrare in magistratura. Prima erano escluse perché incapaci di giudicare in “certi giorni del mese”.

-Riforma del ’75 che riequilibra, almeno su carta, i ruoli di moglie e marito all’interno della famiglia.

Andando avanti, si è avuta l’introduzione del divorzio e la depenalizzazione dell’aborto (è bene ricordare che prima del ’78 l’interruzione di gravidanza volontaria era considerata un reato dal codice civile italiano).

Ultimo esempio il reato di violenza sessuale riconosciuto come violenza contro la persona e non la morale solo nel 1996.

Questi esempi di leggi sono tutti estremamente vicini nel tempo a noi, perciò a chi afferma che il femminismo sia superato, sia ormai superfluo e privo di senso domando: se alcuni reati o diritti imprescindibili sono stati riconosciuti così tardi, come può la nostra società essere maturata così rapidamente da rendere inutile l’esistenza di un movimento che ha come obiettivo l’uguaglianza fra uomo e donna?

Alla base c’è la necessità di modificare culturalmente la visione della donna da parte di uomini e donne, perché non bisogna dimenticare che come ci sono maschilisti fra gli uomini, ce ne sono fra le donne. Il fatto stesso di essere donna non ti rende immune dal fascino del patriarcato. Ci siamo cresciute dentro, siamo state svezzate guardando pubblicità di cosmetici, intimo, orologi con donne perfette su giornali patinati, donne modello di una bellezza e di una visione distorta della realtà.

Lo definirei il peso della bellezza. Sì, perché essere bella per una donna, è essenziale, è un obbligo. La donna deve essere sempre attraente, a qualsiasi età. Lei invecchia, l’uomo matura. E se è troppo bella, allora è scema. E se non è bella curandosi di più può diventare appetibile anche lei. La bellezza equo solidale è un concetto ingannevole. Possiamo essere belle, tutte, a qualsiasi età non abbiamo scuse.

Ecco, questo è un altro modo per obbligarci alla conformità. Bisognerebbe smettere di puntare sulla bellezza come valore assoluto, smettere di lodare costantemente le donne per il proprio aspetto e iniziare a valorizzare il loro acume, la loro preparazione.

Pensiamo alle donne che ricoprono ruoli istituzionali importanti. Spesso sono oggetto di critica e quando vengono insultate sui social, in televisione, al bar da politologi improvvisati, ditemi quanti ne criticano le idee e quanti si appellano al loro aspetto definendole “racchie”, “grasse”, “cozze”? vi rispondo io perché purtroppo mi è capitato di leggere svariati commenti e di ascoltare numerose conversazioni: quasi la totalità degli uomini che parlano di loro.

La bellezza non è un dovere, non è, per citare Giulia Blasi, “un giardino pubblico che dobbiamo tenere falciato e decorato per il godimento altrui: il nostro corpo appartiene solo a noi stesse.”

Qui si inserisce un’ulteriore battaglia femminista, a mio avviso fondamentale, la liberazione del corpo. Ci sono visioni differenti, è un movimento eterogeneo, fatto di numerose anime, ma il fulcro è l’autodeterminazione, la consapevolezza di avere una scelta, di poter fare con il proprio corpo ciò che si vuole senza dover dare conto a nessuno.

Perché in questi anni abbiamo letto di di violenze sessuali ad opera di uomini potenti (vedi il caso Weinstein e Brizzi) nei confronti di numerose donne?

Il marcio del sistema patriarcale di cui dicevo all’inizio, sta nel fatto che per secoli il potere è stato uomo, che il fare un’avance ad una donna, il provarci, non è stato mai visto come un atteggiamento di per sé negativo. È sempre stato un atto dovuto. La donna è preda e l’uomo cacciatore. Una delle lotte degli ultimi anni sta proprio nel voler distruggere questo assunto: la molestia è un qualsiasi apprezzamento o contatto non richiesto e non gradito da chi lo riceve. Per chi taccia chi contesta questi atteggiamenti di moralismo, voglio ricordare che corteggiare non vuol dire abusare o minare la libertà individuale, la libertà di non essere interessata e di non voler accettare con un sorriso un fischio per strada, quasi come se si fosse richiamata l’attenzione di un cane.

Corteggiare vuol dire dimostrare interesse con rispetto, e questo è ben lontano dalla molestia.

Ciò che può essere fatto per cambiare la situazione in cui le donne ancora versano, è agire.

Online e offline, bisogna parlare di ogni sopruso ricevuto, di ogni volta che capiamo di non essere state promosse per un lavoro per il quale abbiamo le stesse competenze del collega maschio che passa di grado, di essere pagate meno a parità di mansione, di essere emarginate, escluse perché donne, di subire molestie e abusi sul posto di lavoro o in famiglia.

Femminismo vuol dire fare rete, vuol dire essere determinati a migliorare le condizioni di tutte e tutti, eliminando disuguaglianze, combattendo i pregiudizi, facendo fronte comune.

Ecco perché dovremmo essere tutti femministi.

Nicole Zoi Gatto

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