La schiuma dei giorni di Boris Vian

Il mio approccio a questo romanzo è stato assolutamente casuale. Ho visto anni fa la trasposizione cinematografica che mi ha commossa fino alle lacrime e, come spesso mi accade, mi sono ritrovata a pensare “è una storia troppo originale per essere solo un film. È tratta da un libro”.

Così, per puro caso, ho scoperto dell’esistenza di Boris Vian, autore francese poco conosciuto fuori dalla sua patria e mi sono ripromessa di leggere quella storia che tanto mi aveva segnata e che è stata pubblicata da Marcos y Marcos con traduzione di Gianni Turchetta

Quello che alcuni film francesi riescono a trasmettere, rasenta livelli di delicatezza difficili da eguagliare. Se dovessi pensare a una sensazione direi che, ogni volta che ne guardo uno, mi sembra quasi di essere stata immersa in una poesia. C’è quella stessa ricercatezza nella costruzione di atmosfere, la stessa musicalità nella successione degli eventi presentati, la stessa intrinseca malinconia che pervade la scena.

Tutto quello che vi ho descritto, l’ho provato leggendo Vian.

La schiuma dei giorni è un romanzo fuori dall’ordinario per stile di scrittura dell’autore e per il modo utilizzato per presentare gli effetti di un dolore su chi lo prova.

Perché è questa la vera cifra distintiva di un romanzo all’apparenza tanto incentrato sulla surreale descrizione del reale.

L’universo creato da Vian mette al centro la vita di Colin, un parigino annoiato che passa le sue giornate tra il suo amico e cuoco Nicolas e Chick, ingegnere fallito con una passione che lo porterà alla rovina, quella per l’opera di Jean-Sol Partre. Si diletta anche con strumenti musicali strambi di sua invenzione fino a che la sua esistenza non viene scossa dall’arrivo prepotente dell’amore.

La bella e dolce Chloé metterà ordine nel mondo scombussolato e folle di Colin. Non ci sarà mai parvenza di “normalità”, quella normalità che imputiamo all’ordinario, al comune, al consueto. Quella nata tra i due, sarà una relazione pura, sincera e totalizzante.

La cosa che colpisce maggiormente della prosa di Vian, ritmata, veloce anche grazie alla scelta di scandire la storia attraverso capitoli brevi e frasi non troppo lunghe, è quanto questa sia fondamentale per provare empatia nei confronti dei due protagonisti.

Dopo l’esaltazione del diverso, le stramberie linguistiche (Vian crea numerosi neologismi), l’importanza della musica e la descrizione di un mondo onirico e bizzarro, si arriva velocemente alla parte più straziante, quella della malattia di Chloé.

E qui fidatevi, anche se avete sempre pensato di essere persone poco sensibili, vi ricrederete.

Ho vissuto un periodo della mia vita devastato dal dolore per la malattia di uno dei miei punti di riferimento, mia nonna.

Ho visto il suo lento deterioramento fisico, l’incessante e costante cambiamento prima nel modo di stare al mondo, più incerto, più titubante, più spaventato e poi nell’atteggiamento verso il prossimo, in cerca di conferme continue volte a poter sperare in un lieto fine, in una ripresa.

Ho mentito dicendole che tutto sarebbe andato bene per farle vivere gli ultimi momenti in serenità, per annullare la paura, per quel che era possibile, anestetizzare i momenti di sconforto e darle un motivo anche solo per continuare a bere acqua o mangiare quel poco che riusciva, per non abbandonarsi a un destino già segnato.

Ho provato cosa voglia dire non riuscire più a trovare del bello nel mondo che ti circonda, non saper più riconoscere l’armonia in un fiore, la propria faccia la mattina davanti allo specchio, il piacere nel mangiare il piatto preferito.

Il mondo era diventato nero; un ammasso di tenebre e dolore che, semplicemente, non riesci a staccarti di dosso.

Ecco quello che mi ha fatto rivivere l’ultima parte del racconto di Vian.

Un fiore bellissimo che diventa malattia e che prosciuga, letteralmente, tutta l’energia vitale che riesce a succhiare da ciò che lo circonda.

Un male nascosto da bene (è un fiore quello che mette radici in un suo polmone), che segna Chloé e non le dà via di scampo, che distrugge le certezze di Colin e che fa quello che fa ogni evento tragico: spezza quel po’ di speranza e di bellezza che c’è nella vita di chi si trova ad affrontare un dolore, inesorabilmente.

Quando chi amiamo si ammala, ogni piccolo piacere ci sembra un affronto alla persona che soffre.

Perché la musica è così gradevole se chi conta di più al mondo per me sta morendo?

Perché il mare profuma di buono se dovrò separarmi per sempre dall’unica persona che io abbia mai amato?

Quel blu del cielo inizia a infastidire e il nostro volto, il nostro fisico, la nostra mente ne risentono come tutto quello che ci circonda.

Si sgretola la bellezza che lascia il posto alla tragica e dolorosa separazione.

Ecco perché dovreste leggere questo romanzo: ti mette difronte all’elaborazione di una perdita, alla devastazione che ne consegue, ma anche all’estrema gioia che porta il riconoscere e coltivare un amore.

Vi lascio qui il link al trailer del film di cui vi parlavo all’inizio di Michel Gondry con Audrey Tautou e Romain Duris “Mood indigo”. Guardatelo.

Nicole Zoi Gatto

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